Abrami Emanuele- L’emergenza COVID-19 sta passando, e già i principali media volgono altrove la loro attenzione: quegli infermieri e quei medici tanto osannati e incensati fino a poche settimane vengono già dimenticati dalle cronache. È quindi un onore per noi poter tenere vivo quell’immenso “grazie” intervistandoValentina Blesio, l’infermiera franciacortina che ha testimoniato l’onorevole sforzo del personale sanitario in diretta nazionale il passato Primo Maggio.
Ci racconti un po’di lei, la sua formazione e le sue esperienze
Mi chiamo Valentina Blesio, ho trent’anni e da quando ne ho cinque vivo con la mia famiglia a Camignone. Ho conseguito la Laurea triennale in Infermieristica nel 2012 e successivamente ho proseguito la mia formazione post-base ottenendo prima la Laurea Magistrale in Scienze Infermieristiche ed Ostetriche che mi ha impegnata dal 2015 al 2017 all’Università degli Studi di Brescia, e, conseguendo poi a Gennaio di quest’anno, il Master in Management e Funzioni di Coordinamento delle Professioni Sanitarie presso l’Università La Sapienza a Roma.
Ho lavorato inizialmente presso l’ASST di Franciacorta con sede a Chiari, e dal 2014 mi sono spostata presso l’ASST Spedali Civili di Brescia nel reparto di Seconda Chirurgia Femminile.
Come ci si sente ad essere infermieri in un momento come questo?
Essere infermiere non è facile, non lo è mai stato. Farsi da tramite tra le esigenze delle persone con un bisogno di salute e il medico specialista che stabilisce la cura, ha da sempre richiesto una grande preparazione e un’alta professionalità, e se ciò non bastasse il Covid-19 ha complicato ulteriormente le cose.
Dal 2 Marzo di quest’anno infatti, la mia unità operativa è stata convertita a reparto Covid a causa dell’emergenza sanitaria che ha colpito tutto il territorio nazionale e in maniera particolarmente violenta Brescia e Bergamo. Inizialmente la paura è stata tanta, ci siamo trovati a dover fronteggiare un nuovo nemico invisibile che nessuno, a livello mondiale, conosceva. La nostra quotidianità è stata completamente sovvertita e siamo stati investiti da sofferenza, solitudine, fatica fisica, drammi familiari e un grande stress psicologico. Siamo stati l’unico e a volte l’ultimo contatto dei nostri pazienti ricoverati, quelle voci che accompagnavano le video-chiamate fatte a un proprio caro per dare sollievo al respiro stanco di chi stava lottando.
Essere infermiere no, non è mai stato facile, ma è una professione che ti arricchisce sotto ogni punto di vista ed io sono estremamente orgogliosa di essere una professionista insieme a tantissimi colleghi che, come me, sono impegnati in prima linea contro il Covid-19.
Come è stato rivedersi in televisione in occasione del “concertone” del 1 Maggio?
Rivedermi in occasione dell’apertura del “concertone” del primo Maggio andato in onda su Rai 3 è stato sicuramente motivo d’ orgoglio oltre che una grande possibilità che mi è stata data di poter rappresentare tutti noi infermieri. Un’opportunità unica e irripetibile in cui il mio intento è stato quello di dare voce alla drammatica situazione che abbiamo vissuto e stiamo vivendo, sottolineando la speranza che poi, quando l’emergenza sarà completamente rientrata, si possa mantenere alta l’attenzione sulla nostra professione, che possa essere rivista la nostra situazione lavorativa in un’ottica di miglioramento sia per noi che per i nostri assistiti. Purtroppo però questa mia speranza sta svanendo rapidamente.
Si è sentita gratificata per quello che sta facendo? Stato e società rendono sufficientemente merito al vostro operato?
Se inizialmente la società e lo Stato hanno riconosciuto il ruolo e il merito della nostra professione chiamandoci e considerandoci eroi, ora che l’emergenza sanitaria sta fortunatamente rientrando stiamo già assistendo ad un notevole calo di attenzione su tutti i fronti, e ne siamo dispiaciuti oltre che amareggiati.
Non abbiamo mai voluto essere chiamati eroi, ma ne abbiamo capito e apprezzato il significato.
La nostra non può e non deve essere una professione che viene riconosciuta solo in momenti di emergenza nazionale ed essere infermiere non significa solo collaborare con il medico nell’esecuzione delle prescrizioni terapeutiche. Quotidianamente ci viene richiesta una preparazione trasversale ed un continuo aggiornamento rispetto alle evidenze scientifiche e ogni giorno ci facciamo carico di nuove persone con patologie di tipo fisico, psicologico e sociale intervenendo non solo sul piano tecnico ma anche su quello relazionale ed educativo. Diventiamo il punto di riferimento per i nostri pazienti e per le loro famiglie e con loro pianifichiamo e personalizziamo i percorsi di assistenza anche dopo la dimensione ospedaliera, sul territorio. Non ci limitiamo a ‘curare la malattia’ ma rileviamo e trattiamo i bisogni si assistenza infermieristica a 360 gradi tenendo conto della cultura, dei valori, dei sentimenti, dei vissuti e delle volontà espresse da ciascun individuo secondo un modello olistico.
Se poi oggi assistiamo ad un graduale miglioramento delle condizioni di salute dei nostri ricoverati, è certamente anche grazie alle attenzioni che sono state imposte dallo Stato e a cascata da regioni e comuni.
Come sente il suo comune? Che messaggio vorrebbe rivolgere ai suoi concittadini?
Passirano ha da subito applicato rigide restrizioni che hanno fattivamente ridotto il rischio di contagio per poi adattarsi alle disposizioni nazionali e guidare ad una graduale riapertura in sicurezza di tutte le attività.
È molto importante però che il miglioramento della condizione nazionale non faccia abbassare la guardia nei confronti del Covid-19, il virus non se ne è andato purtroppo, non deve prevalere la leggerezza ma il buon senso delle persone, sempre.
Solo cosi riusciremo a tornare e ritrovare una quotidianità che purtroppo però resterà immancabilmente segnata da questo evento così tragico e improvviso.
Vorrei salutare citando Florence Nightingale che, con questo suo immortale pensiero, rende perfetta giustizia alla nostra professione.
“L’assistenza infermieristica è un’arte; e se deve essere realizzata come arte, richiede una devozione totale e una preparazione, come qualunque opera di pittore o scultore, con la differenza che non si ha a che fare con una tela o un gelido marmo, ma con il corpo umano, il tempio dello Spirito di Dio. E’ una delle Belle Arti, anzi la più bella delle Arti Belle”.


