Abrami Emanuele- Dopo mesi di forzata clausura, noi franciacortini siamo ormai abituati ad osservare il mondo tanto dalle finestre quanto dai televisori. Se, però, interpretare correttamente le notizie nostrane in maniera appropriata è già un’impresa, bisogna riconoscere che quando sentiamo parlare di come altri Paesi stanno gestendo l’emergenza COVID-19, il seno di confusione s’impenna. Parliamo di COVID-19, di lavoro e di rapporti a distanza con il Manager gussaghese Alberto Morandi, 35 anni, Direttore Generale di una piccola azienda americana nel settore alimentare di alta qualità a marchio “ITA” a New York.
Alberto: sei di Gussago ma vivi a New York. Cosa è successo?
Sì, sono nato e cresciuto nel gussaghese, e mi sono laureato in economia e libera professione qui a Brescia per poi seguire le orme paterne e rilevare lo studio commercialista. Ho successivamente “cambiato rotta” proseguendo il percorso di studi alla Bocconi di Milano, con un master in Imprenditorialità e Strategia Aziendale. Questo succedeva intorno all’anno 2013. Ho subito trovato lavoro presso un’azienda farmaceutica, per poi accettare un’offerta che mi ha portato negli USA, a lavorare per una società di consulenza e marketing nel settore “Food” . Mi sono dapprima trasferito nel Connecticut, e poi ho cambiato lavoro, stabilendomi a New York (più precisamente a Brooklyn) insieme alla mia famiglia. Mia moglie è bresciana e abbiamo un figlio di un anno e mezzo, che, essendo nato qui, ha la doppia cittadinanza.
Fra polemiche e numeri scioccanti sentiamo parlare dell’emergenza americana quotidianamente: ci racconti, tu che la vivi in prima persona, la situazione lì negli USA?
Forse i media italiani tendono ad enfatizzare un po’ la situazione… va anche detto però che New York è una città assolutamente irriconoscibile. Manhattan è completamente deserta. Stanno tutti passando al telelavoro, e persino la metropolitana (forse per la primo volta nella storia della “Grande Mela”) viene fermata per la notte. Tutto il comparto della ristorazione è ovviamente chiuso, e presso i supermercati si osservano code infinite. Purtroppo gli USA non sono l’UE: qui non esiste il concetto di cassa integrazione, si può fare domanda di disoccupazione (unemployment) e lo Stato, a sua discrezione, può emettere un sussidio. Nel giro di un mese sono arrivate moltissime nuove domande di questo tipo: parliamo di decine di milioni di persone (almeno 30 milioni ad oggi) che sono rimaste senza lavoro e si ritrovano a dover chiedere questo aiuto. Per dare un’idea, quando l’economia americana e’ in buona salute “genera” intorno al milione di posti di lavoro l’anno: a causa del COVID-19 invece ne abbiamo persi 30 milioni in un mese soltanto.
Parliamo di lavoro: tu sei Manger di una filiale americana. Come sta andando l’azienda per cui lavori in questo periodo?
C’è molta precarietà in generale. Io lavoro per Levoni America, una filiale di un’azienda italiana nel comparto salumi di alta gamma. Assieme a me lavorano due dipendenti e abbiamo dovuto rivedere i salari a causa di questa crisi, nella speranza che la situazione torni al più presto alla normalità. Qui negli USA ogni stato è un po’a sé, c’è forte discrezionalità dei vari governatori sulla riapertura. A New York ad esempio, a causa del forte impatto della pandemia, tutto il comparto col quale lavoro io, la ristorazione, è bloccato. Se i ristoranti restano chiusi, io non posso vendere loro i nostri prodotti di alta qualità, ed in questo momento non ci resta che correggere il tiro pianificando gli strumenti per aggredire altri canali. Il fatturato ne sta risentendo, e nel breve periodo la situazione non è destinata a migliorare. Andare avanti così non è sostenibile: abbiamo bisogno di andare fuori, di lavorare con i clienti… già non è che il settore della ristorazione navigasse nell’oro prima. Noi lavoriamo con ristoranti di alta fascia perlopiù, principalmente locati nelle maggiori metropoli americane, dove i costi degli affitti sono lievitati negli ultimi 10/15 anni. Questo porterà, probabilmente, ad una crisi fatale per molte realtà: alcuni studi di settore parlano di cifre da capogiro, si paventa la possibilità che fino ad un 30% dei ristoranti non riuscirà a riaprire. Dobbiamo cambiare strategia, orientarci verso altri canali che seguano la nuova modalità di fruizione del prodotto in quella che oggi viene chiamata the new normal.
I tuoi genitori e la tua famiglia d’origine vivono qui, a Gussago. Vivete in zone estremamente colpite dal COVID-19. C’è preoccupazione?
Chi non è preoccupato in questo momento è una mosca bianca. I miei genitori godono di buona salute, ma comunque sono soggetti a rischio essendo sopra i 70 anni, e sapendo che vivono in una delle “zone calde” di questa crisi non sono tranquillo. La paura c’è, e continuerà ad esserci, anche perché le informazioni lasciano ad intendere che la situazione persisterà a lungo, anche se magari in maniera intermittente. Questo non aiuta a pianificare e ci lascia con interrogativi importanti circa il futuro: come si ripartirà? Come si risolveranno sia i problemi economici che quelli sanitari? Qui, credo più che in Italia e in Europa, si vive in maniera accentuata la dicotomia scienza/politica. Da una parte i tecnici e gli scienziati intimano alla prudenza, dall’altra il governo repubblicano, con le elezioni presidenziali alle porte, spingono per la riapertura. Gli USA mi hanno offerto una grande occasione, questo paese e’ ancora il posto dove chi ha voglia di fare sacrifici e matura buone competenze può realizzarsi. Spero perciò che la situazione venga gestita al meglio, perché la poca cautela nella ripartenza può far sfuggire di mano la situazione mettendo a rischio tutto: lavoro, dipendenti e famiglia inclusi.


