COVID-19 e Fede: la Testimonianza di Dom Benedetto

COVID-19 e Fede: la Testimonianza di Dom Benedetto

Abrami EmanueleL’emergenza COVID-19 ha cambiato tutto, anche il nostro modo di vivere la fede in senso comunitario. Con grande anticipo rispetto alle ordinanze ministeriali, la Chiesa aveva già reagito nell’interesse e nella sicurezza dei suoi fedeli. Sono vietati gli assembramenti di fedeli in chiesa in occasione della Santa Messa. Come si può curare la propria dimensione spirituale in questi giorni di crisi?

Ne abbiamo parlato con Dom Benedetto Toglia, Priore dell’Abbazia Olivetana San Nicola di Rodengo Saiano e responsabile della parrocchia di Rodengo, che tutti i giorni tramsette le funzioni religiose in streaming sulla sua pagina Facebook “Dom Benedetto Toglia” (per ulteriori informazioni consultare direttamente tale profilo).

La messa, soprattutto quella domenicale, è un momento chiave nella vita del cristiano. Il fulcro della sua settimana. Non è stato facile, all’inizio, rinunciare questo sacro rito, eppure, ci si è resi conto piuttosto in fretta dell’emergenza. Una decisione sofferta, quella dei vescovi, ma di grande responsabilità. Le messe, però, non si sono assolutamente fermate, anzi. Ora più che mai i sacerdoi celebrano, ricordando sempre i fedeli, la loro comunità e tutti quei medici e volontari che stanno lottando senza sosta contro questo virus.

C’è un telefono sempre acceso, nella chiesa di Rodengo: è quello di Dom Benedetto che, con la sua comunità monastica, tiene unite le anime del nostro territorio, mandando in diretta i riti a tutte le ore del giorno. E le anime reagiscono bene: si è passati da qualche decina di presenze durante la messa infrasettimanale a diverse centinaia di utenti connessi e partecipanti alle funzioni. Moltissime le persone, fra l’altro, che hanno preso a scrivere privatamente a Dom Benedetto, ponendo problemi di spiritualità. Va creandosi un nuovo legame, una nuova consapevolezza e, se vogliamo, una ricerca: la ricerca di Dio, percorso fondamentale del cristiano.

C’è chi mormora che questo male, questo Coronavirus, sia una sorta di “punizione” mandata da Dio o dal diavolo per punire l’uomo. Nulla di più lontano dal vero: Dio non permette mai un male nella vita dell’uomo se non per tirarne fuori un bene maggiore. Questo truce e amaro incubo collettivo è opera dell’uomo, incapace di governare i suoi istinti: a suo modo, grazie al COVID-19 stiamo riscoprendo valori veri e autentici. Dio, che ha creato l’uomo plasmandolo a sua immagine e somiglianza, soffre insieme alla sua creatura meravigliosa. Dio ci ama infinitamente, e chi afferma che questa piaga viene dal Padre altri non è che un profeta di sventura. In questo momento, bisogna invece farsi portatori di speranza.

Dom Benedetto ci confessa di essersi commosso quando un paio di settimana fa un padre di famiglia della sua parrocchia, ricoverato al Civile e ammalato di Coronavirus, poco prima di essere intubato, e quindi privato della libertà di comunicare con la voce per un periodo di tempo indefinito, ha chiesto di lui. Ha chiesto di poterlo chiamare, per recitare assieme una preghiera. Una testimoninaza di amore e speranza che spezzano la paura del silenzio e della disperazione. Proprio questo il messaggio che in questi giorni terribili si sta cercando di passare: non bisogna MAI perdere la speranza, a nessun costo. Solo così potremo emergerne come vere donne e veri uomini. Insieme, possiamo superare questa prova.

Si soffre, si soffre tanto a vedere persone della propria comunità in difficoltà, in malattia, saperle morire e non poter dare pienamente sostegno e conforto. Per questo, per star loro vicini, dal cenobio pregano incessantemente, perché il Signore doni forza e consolazione, nella certezza che queste persone non perdono che la loro fisicità. La vita resta, si tasforma, diviene spirituale ed eterna presso Dio e nella veglia sui loro cari.

La nota giunta dalla Santa Sede già diversi giorni or sono è chiara: la Pasqua e il Triduo Pasquale ci saranno ma con l’assenza del santo popolo di Dio. Il compito della Chiesa è ora più che mai anche quello di proteggere i suoi fedeli e non esporli a inutili pericoli.

C’è tanta voglia di rivedere un’alba radiosa, di festeggiare la fine di questa epidemia, nelle parole di Dom Benedetto, ma questo momento ancora non ci appartiene. Ora bisogna sostenere i medici e tutti coloro che stanno lottando per preservare i nostri corpi. Bisogna mantenre la calma, rispettare le direttive governative: restare a casa. Dom Benedetto è giunto nellle nostre terre per obbedienza. Non per questo si è sottratto dal giusto rimprovero verso quei compaesani che, nel momento del bisogno, sono fuggiti, portando il virus al sud e abbandonando quel nord che aeva dato loro il “pane quotidiano”. In questo momento tanto delicato, è quantomai fondamentale recuperare, invece, oltre che al senso di comunità, anche quello di nazione. Una sola terra, un solo popolo, una sola Italia, senza divisioni: uniti, come fratelli e sorelle, per combattere fianco a fianco questa guerra di solidarietà e fede, di forza e speranza. Proprio per questo, intorno alle 20.30, potrete spesso sentire aleggiare nell’aria di Rodengo l’Avermaria accompagnata dall’Inno di Mameli. Dom Benedetto non nasconde l’emozione: ogni volta che ripete questo gesto semplice e carico di significato, può vedere la partecipazione e il senso di sollievo della popolazione.

Questa è l’ora in cui ci vogliamo bene, questa è l’ora in cui siamo responsabili, in cui abbiamo fede. Ancora una volta i monasteri si fanno, nella Storia, portatori di luce e di speranza, baluardi incrollabili nell’incertezza che minaccia l’umanità. Con la presenza continua, la partecipazione attiva e spirituale, i monaci dell’Abbazia accompagnano e guidano la nostra comunità. Ancora una volta, i monaci si fanno testimoni, rendendo straordinario l’ordinario.