Gemma Donati – Ci sono libri che non sono soltanto racconti, ma ponti tra il passato e il presente, capaci di restituire senso alle radici e dignità alle storie che rischierebbero di perdersi nella nebbia del tempo. Tra vigne e nebbie di oblio di Giacomina Maffezzoni, a cura di Gianluigi Valotti e pubblicato da Liberedizioni, appartiene a questa categoria. È un’opera che nasce da un vissuto familiare e si apre a una riflessione più ampia, sul valore della memoria, sull’identità e sulla capacità di resistere alle prove della vita.
La protagonista è Bianca Rosa Archetti, donna nata e cresciuta a Paderno Franciacorta, dove trascorse l’infanzia tra i campi e la cascina Romiglia. Le compagne di scuola la ricordavano come una ragazza generosa, pronta a dividere con gli altri anche ciò che all’epoca era raro e prezioso, come un pezzo di pane bianco. Un gesto semplice, eppure simbolico: la condivisione come scelta naturale, l’altruismo come segno distintivo di un carattere.
Il libro ripercorre la sua adolescenza e poi gli anni difficili della guerra, quando Bianca Rosa visse a Settignano presso le suore di San Marta. Qui, insieme ad altre giovani, si occupò di accudire bambini orfani ebrei, contribuendo a salvarli dal rischio delle persecuzioni naziste. Una pagina di storia poco raccontata, che Maffezzoni restituisce con sensibilità, intrecciando il ricordo personale con la grande Storia del Novecento.
Rientrata in Franciacorta, Bianca Rosa diventa operaia nel cotonificio Ferrari, poi divenuto Manifattura Augusta: un’esperienza lavorativa durata diciassette anni, che rappresenta anche il legame con lo sviluppo industriale del territorio. Non solo vigne e tradizioni agricole, dunque, ma anche il ritmo dei telai e delle filande che, a partire dalla fine dell’Ottocento, trasformarono l’economia della zona.
Eppure, la parte più intensa del volume non è solo la ricostruzione di una vita segnata dal lavoro e dalla dedizione. È nella fragilità degli ultimi anni che la narrazione trova la sua dimensione più profonda. Quando Bianca Rosa si ammala di Alzheimer, inizia un percorso difficile, ma illuminato dalla presenza costante della figlia Giacomina. Le pagine raccontano un amore che diventa resistenza quotidiana, un legame che non si lascia piegare dalla malattia. Valotti, nell’introduzione, parla di una fusione quasi miracolosa: “Giacomina diventa Rosa, Rosa diventa Giacomina”. È un’espressione che racchiude il senso del libro. Non si tratta solo di assistere una madre, ma di condividere la vita fino in fondo, trasformando gesti minimi in atti di cura, riducendo le azioni quotidiane all’essenziale, come se si stesse vivendo in una fiaba.
Molti si sarebbero arresi di fronte al peso della malattia. Giacomina no. Il suo impegno restituisce dignità e luce a una madre che lentamente si allontana nel silenzio dell’oblio. Ne nasce un racconto in cui dolore e amore si intrecciano, mostrando come anche nei momenti più difficili si possa trovare una forma di bellezza. Tra vigne e nebbie di oblio non è dunque solo la storia di una donna. È un ritratto di un territorio, la Franciacorta, visto attraverso le vite semplici e straordinarie di chi l’ha abitato. È un invito a non dimenticare, a custodire le radici come parte essenziale della propria identità. Perché, come scrive l’autrice, “il tempo non cancella mai le origini di un individuo”.


