Ciao, Franci

Ciao, Franci

Potrei chiamarlo Francesco, in maniera un po ́più ufficiale e seriosa; potrei chiamarlo Cesco, o Pivo, come lo chiamavano alcuni dei suoi amici più stretti. Allo stesso modo, penso, si potrebbe scrivere di Franci (spesso si usa così in questi casi) come di una persona lontana da m). In questo modo tutti coloro che leggono di lui sarebbero correttamente informati, e nessuno di quelli che lo conosceva si sentirebbe escluso. Se scrivessi soltanto: “Francesco Pivotto era una giovane di 30 anni, aveva fatto atletica, era attivo all’interno della comunità di Padergnone (tamburellista irriducibile nel coretto della Chiesa, capo assoluto dell’isola Ecologica durante la festa dell ́oratorio, fan sfegatato della squadra calcistica parrocchiale), studiava medicina, fra poche settimane avrebbe cominciato a lavorare come assistente di volo, è venuto a mancare il 17 Novembre, come ultimo gesto ha donato i suoi organi, mancherà a tutti noi soprattutto agli amici e alla famiglia”… forse farei un lavoro migliore, più neutro, pulito. Tutti potrebbero spiacersi, tutti ricordarsi di lui. Per un po’. E poi andare avanti. Magari parlarne quando ci si incontra al mercato, o in Chiesa. Per un po’. E poi andare avanti. Ma di noi quattro cugini, Franci era l’unico che non sognava, neppure quando eravamo bambini, di diventare famoso. A lui non interessava sedere a capotavola, essere al centro del gruppo, ricevere l’approvazione degli altri o andare d’accordo con tutti a qualunque costo. A Franci non interessava essere il protagonista dei discorsi altrui, e quindi non vedo perché dovrei scrivere di lui perché di lui si parli, o perché di lui ci si ricordi. Per un po’. E poi andare avanti.

Franci era mio cugino. Il cugino più grande fra me, Pietro e Tommy, il cugino che guidava i nostri giochi (spesso, inventandoli di sana pianta) nei quali ci fingevamo ninja, avventurieri, soldati o strane creature fantastiche. Vivevamo vicini, e almeno un giorno a settimana (dopo la scuola) lo passavamo sempre insieme a giocare. Franci ci ha passato la “r” moscia, ma ci ha anche trasmesso alcuni dei suoi valori. Franci ci ha fatto appassionare di Magic e di Risiko, ma ci ha anche insegnato come si fa a giocare fra bambini senza litigare (troppo). Con Franci ho fatto le mie prime lotte, ho scoperto i miei primi limiti, con Franci ho giocato coi soldatini e alla Play, creando quei momenti di spensieratezza e risate fragorose che tutti noi abbiamo vissuto con qualcuno di speciale. Ecco, io li ho vissuti con Franci, Pietro e Tommy: con loro nacquero i meme sulle cene (più che abbondanti e deliziose) della nonna Pina, con loro nacquero i meme sulle partite a briscolone con il nonno Gino, con loro passai la serata più ridanciana della mia vita (il Natale scorso) e con loro ebbi tutte quelle conversazioni infinite sui più disparati argomenti quando, nella nostra amata Valmalenco, camminavamo per ore e ore, senza mai annoiarci. La Valmalenco… come si fa a parlare di Franci senza parlare della Valmalenco? Ci siamo andati insieme (la mia famiglia, la sua, i nonni, anche la zia Oliva per un po´), tutte le estati, nel mese di Agosto. Era così innamorato di quel posto da averci portato molti dei suoi amici. Così innamorato che quando gli ho detto: “Franci, i ghiacciai della Valmalenco  si stanno sciogliendo, andiamo a fare un documentario su questa roba” lui non mi ha chiesto nulla, si è preparato, e siamo partiti, io e lui, con una macchina fotografica, sotto la pioggia a duemila metri per quattro giorni. E se lui non ha esitato a seguirmi, io non ho esitato (dopo aver avuto l’idea del documentario) a chiedergli non solo di farmi da cameraman, ma anche da guida. A chi altro avrei dovuto affidarmi, se non a Franci, per salire sui ghiacciai, o per stringere amicizia con i rifugisti?

Nel girare il nostro documentario sul cambiamento climatico e le sue conseguenze in Valmalenco, decisi un giorno di allungare l’itinerario di una tappa per visitare un laghetto alpino in alta quota. Una deviazione che lo vedeva contrario, e che costò cara: scollinammo con due ore di ritardo, e incontrammo una tempesta a due ore dalla nostra tappa, il rifugio Marinelli, dove avremmo dovuto fare alcune interviste. Ero stanco, carico come un mulo, bagnato, infreddolito. Mi girai, arrivati appena sopra il Carate, e gli dissi: “Franci, torniamo indietro. Troviamo qualcun altro piú a valle a cui fare l’intervista. Andiamo a mangiare, a riposare, al caldo, piú a valle”. Pensavo, dentro di me, che non avrebbe minimamente obiettato: perché avrebbe dovuto rischiare quell ́ultima salita (che aveva giá fatto mille volte, e che avrebbe rifatto altre mille), in quelle condizioni, per riprendere un ́intervista? “Dai Ema, andiamo avanti, piano piano, un passo alla volta, dai che arriviamo, senza fretta, ma senza fermarsi”. E arrivammo. Mi perse un treppiede in un vallone, ma arrivammo. Arrivammo stanchi, bagnati, ma arrivammo. Lui riprese, io intervistai i rifugisti, e per tutta la salita, tutta non un attimo escluso, se rallentavo, lui mi incitava. Pacatamente. Non disse mai a nessuno queste cose, io lo avrei fatto, non gli interessava che gli altri lo guardassero come un eroe, come una guida, anche se lo era, poiché io senza Franci io non sarei mai arrivato in cima. 

In questo articolo non ho parlato della sua esperienza nel coretto di Padergnone. Non ho parlato delle sue leggendarie serate (e bevute) con gli amici, né ho ricamato su quel gesto per lui consapevole e ragionato che è stato donare i suoi organi (e non solo) a perfetti sconosciuti. Non ne ho parlato perché io posso parlare solo di quello che ho vissuto e che conosco, e lascio Franci come fratello a suo fratello, come figlio ai miei zii, come nipote a nonni (e ai suoi zii), come amico ai suoi amici. D ́altro canto, non l´ho descritto attraverso gli occhi degli altri anche perché credo che per quante avventure, esperienze e risate abbia condiviso con tutte queste persone, la sua natura mite e forte, il suo acume (nel cringe dei suoi giochi di parole, ma anche nei ragionamenti elaborati) e il suo affetto (espresso attraverso i suoi leggendari abbraccioni), pur declinata nei differenti contesti, rimane identica. Franci ci ha insegnato a sdrammatizzare la vita per poterla godere pienamente. Ci ha insegnato che non bisogna avere i social (e quasi nemmeno il celulare) o la patente per riempire la Chiesa fin oltre i confini del sagrato per il proprio funerale. 

Si sente talvolta dire: “Eh, magari ci fosse qualcuno di grande, di potente, di glorioso, che con un colpo di spugna mettesse a posto tutto il mondo”. Ecco, a queste persone io voglio rispondere con una frase che sicuramente Franci avrebbe recitato alla perfezione, a menadito: “Saruman ritiene che soltanto un grande potere riesca a tenere il male sotto scacco. Ma non è ció che ho scoperto io. Ho scoperto che sono le piccole cose… le azioni quotidiane della gente comune che tengono a bada l’oscurità. Semplici atti di gentilezza e amore”. Tu eri proprio uno Hobbit Franci. Amavi la tranquillità della tua Contea, amavi le persone che la abitavano, non sognavi grandi avventure ma accidenti se eri pronto a supportarci tutti quanti. 

Se una cosa ho imparato dal giovane uomo che mi ha lasciato le passioni fondamentali nella mia vita (quella per la strategia militare, per le montagne, per il Signore degli Anelli), è che al mondo non servono più imprenditori, influencers o protagonisti vuoti e presuntuosi. Al mondo servono più Franci, che quando stavo mollando mi ha spinto ad andare avanti senza alcun tornaconto. Che quando mio nonno è finito a letto praticamente paralizzato lo ha accudito tutti i giorni. Che quando ti vedeva ti abbracciava, senza preoccuparsi di cosa si pensasse di un gesto tanto genuino. Che negli scherzi ci metteva un’attenzione e una cura inimmaginabili. Che se serviva una mano era il primo ad offrirla. Che, io lo so, sarebbe stato con me alla mia festa di laurea, al mio matrimonio, al battesimo dei miei figli, ai funerali dei nostri parenti più anziani, a portare la bara coi suoi cugini, che invece, hanno dovuto portare la sua.

Ecco allora, non usiamo questo articolo per parlare di Franci in Chiesa, al mercato, dalla parrucchiera, sul lavoro. Per ricordarlo. Per un po’ ́. E poi si va avanti. Ma cerchiamo di essere un po´piú come lui: con nostra sorella e nostro fratello, con i nostri amici e con i nostri nemici (anche se Franci non ne aveva, visto che era impossibile litigarci). Se vogliamo ricordare Franci, non parliamone, ma facciamo un passo di lato. Incoraggiamo un amico. Diamo una mano ad una festa di paese, o in parrocchia. Assistiamo un anziano, un malato, un profugo, una persona fragile. Mettiamo maggiore cura in quello che facciamo (soprattutto le sciocchezze). Prendiamo la vita con più leggerezza. Diamo una mano in casa. Abbracciamo i conoscenti. E cerchiamo di essere un po’ amici della nostra Natura. Se vogliamo ricordare Franci, portiamolo dentro, e assomigliamogli  di più nella sua disinteressata bontà. E non solo per un po’. Ma per sempre.

  • di Abrami Emanuele