Intervista al Dottor Archetti di Rodengo Saiano in merito alla cosiddetta “Seconda Ondata COVID-19”.

Intervista al Dottor Archetti di Rodengo Saiano in merito alla cosiddetta “Seconda Ondata COVID-19”.

Abrami Emanuele – Non è una novità, per il nostro giornale, affiancare la professionale figura del medico di medicina generale al complesso tema “pandemia”. Coerentemente rispetto a quanto sta avvenendo in queste settimane, abbiamo quindi approfittato del tempo di uno di questi “custodi della salute” delle nostre comunità, il dottor. Archetti dell’ambulatorio di Rodengo Saiano.

Dottore, ci dica, quali sono le principali differenze che, per ora, nota fra la prima e la seconda ondata?

Rispetto alla prima, questa seconda è molto diversa: questo è vero tanto nei numeri quanto nell’espressione della malattia stessa (e quindi dei sintomi).  Durante la precedente ondata molti pazienti erano soliti stare molto male sin dall’inizio (febbre, difficoltà respiratorie e via discorrendo man mano che la malattia evolveva). Dopo l’estate ci si poteva aspettare che la curva dei contagi tornasse ad impennare. Così è accaduto, in particolare nel periodo di Novembre. I tamponi effettuati quotidianamente sono moltissimi e la maggior parte dei positivi appartengono ad asintomatici o paucisintomatici (un po’di tosse, febbre sotto i 38, condizioni che vanno migliorando già a partire dai primi giorni di cure fino ad arrivare alla negatività del tampone). L’età media dei contagiati si è sensibilmente abbassata. Fra i miei pazienti, il malato di COVID-19 più su di età aveva intorno ai 50 anni. Diversi sono invece (altra importante differenza rispetto alla prima ondata) i casi fra studenti delle superiori e universitari. So che anche molti colleghi hanno numeri simili fra i loro pazienti.

Come sta reagendo la popolazione a questa situazione?

In buona sostanza in maniera molto positiva. L’attenzione è alta e la paura molta (alcuni si sono addirittura chiusa nuovamente in casa). I due mesi di vacanze hanno però, giustamente, aiutato a ridimensionare il fenomeno e allentato la tensione su tutti. Penso che un po’tutti si aspettassero questa seconda ondata, io credevo che ci avrebbe anzi colpiti prima. Devo però ribadire che tanto fuori quanto nel contesto dell’ambulatorio vedo che sono tutti molto scrupolosi nell’indossare la mascherina, nel mantenere il distanziamento sociale, nella pulizia delle mani. L’importante è limitare il più possibile gli incontri fra i pazienti all’interno dell’ambulatorio stesso al fine di evitare assembramenti. Fra fine Ottobre ed inizio Novembre abbiamo assistito circa una ventina di positivi fra asintomatici e “falsi sintomatici” (vale a dire quei pazienti che si fanno un paio di giorni di febbre e malessere generale prima di un repentino miglioramento). I ricoveri ospedalieri non sono stati praticamente mai necessari.

Siete in contatto anche con altri centri della zona? Come viene gestita la seconda ondata nei dintorni?

Siamo sempre in comunicazione con i principali centri ospedalieri e non di Brescia, con il San Rocco di Ome e tanti altri. Attualmente, molti dei ricoverati arrivano dalla zona di Brianza, Varese e Milano. Vengono trasferiti qui da noi perché si vuole evitare il collasso laddove le strutture ospedaliere sono già sottoposte a ritmi lavorativi frenetici a causa della seconda ondata.

Come stanno avvenendo le visite in questo delicato momento?

Il dialogo con i pazienti rappresenta una priorità assoluta per noi. Mail e telefonino sono compagni inseparabili in queste settimane come lo sono stati durante la prima ondata. Il nostro desiderio è quello di dare utili consigli e positività, soprattutto a tutti quei contagiati o sospetti che vivono in regime di quarantena. Questi sono da noi sentiti ogni giorno, in particolare i positivi sintomatici. Per noi e per i pazienti è la prima fase, quella legata all’individuazione del caso e alla diagnosi, quella più dura. Giorno dopo giorno, aumentano le chiamate di coloro i quali denunciano i malesseri tipici. A segnalare alla Regione e a prenotare il tampone dobbiamo pensarci noi. Si tratta di una proceduta burocratica piuttosto impegnativa, che richiede del tempo per essere svolta. Per quanto riguarda le visite di carattere più ordinario, devo ammettere che di pazienti che vengono in ambulatorio senza motiva ce ne sono pochi. Nel periodo pre-covid potevamo servire anche 30/40 persone ogni giorno. Ora difficilmente si contano più di quattro persone all’ora. Vorrei però rassicurare tutta la comunità: noi non lasceremo mai soli i nostri pazienti. Che sia in ambulatorio (con tutte le dovute precauzioni), via cellulare o mail, o anche direttamente al domicilio dell’ammalato, noi ci saremo sempre. Certamente, con tempi dilatati rispetto a prima (pensiamo solo al processo di vestizione necessario per visitare in sicurezza a casa sua un sospetto ammalato di COVID-19). Rallentamenti, ovviamente, anche per quanto riguarda la programmazione di alcune visite specialistiche e interventi, a causa del rischio di sovraffollmento degli ospedali.

Dottore, quali sono le sue previsioni?

Previsioni? Non voglio certo rubare il lavoro agli epidemiologi! Posso solo dire che c’è una preoccupazioen intuibile legata ai tantissimi casi asintomatici fra i giovani, i quali potrebbero trasmette la malattia agli anziani. C’è però anche la sensazione che le cose vadano un po’meglio e che non ci sia, per ora, una così forte aggressività ( appunto perché sta colpendo soprattutto le persone più giovani e forti) però bisogna parlare su fatti e prove. Il dovere di noi medici è ora quello di trasmettere pochi messaggi chiari, con ragionato ottimismo. Credo poi che tutti abbiano il diritto di dire la propria opinione ma di fronte alla quantità di morti in tutta Europa … bisogna far tesoro del passato e degli errori commessi, e agire con traspaenza e fermezza, tenendo a mente che un altro lockdown generale sarebbe mortale per la nostra comunità da un punto di vista economico. Comunque vada, noi non lasceremo da soli i nostri pazienti, le visite continuano e la nostra assistenza non verrà mai meno.