Abrami Emanuele-Questo virus è sicuramente un duro colpo per Brescia e la Franciacorta: oltre al crescente numero di vittime, già si immaginano durissime ripercussioni sull’economia locale e sulla psiche della comunità e dei suoi componenti. Importantissimo, quindi, in questo contesto, il ruolo giocato dall’informazione dei quotidiani, come il Giornale di Brescia: ne abbiamo parlato con il giornalista Federico Bernardelli Curuz.
Nel tuo contesto lavorativo, quanto è stato importante il passaggio (se c’è stato) da lavoro “tradizionale” a “smart-working”? Come hanno reagito i tuoi colleghi?
Lo smart working, che per molti caratterizza in queste ore di isolamento il drastico rivoluzionamento della vita lavorativa di tutti i giorni, rappresenta invece per noi, seppur in un momento di straordinaria tragicità, la ricorrenza della quotidianità.
Noi giornalisti, ed in particolare i corrispondenti del giornale di Brescia, adottiamo questo sistema da parecchi anni. Come potrai capire, il corrispondente rappresenta per il giornale, la sentinella del territorio, è colui che innesca l’impulso neurale periferico che poi trova elaborazione nella cabina di regia, la redazione, ove articoli e materiali vengono raccolti e impaginati. Certo, non è possibile definire “normale” una situazione che sta distruggendo drammaticamente intere generazioni; una pandemia che ci cambierà profondamente non può non lasciare cicatrici, non può non interferire nel flusso delle informazioni. E’ un fiume in piena. Una bordata che scardina tutto. Noi agiamo come “marines”, l’addestramento quotidiano ci è servito per mantenere, anche nelle difficoltà, procedure e assetti che non modificano di molto la nostra operatività. Certo, la redazione è ridotta al minimo. Molti più colleghi ora lavorano, come noi, da casa. Certo i corrispondenti cercano di limitare gli spostamenti per azzerare per quanto possibili rischi di contagio. Ma cerchiano con ogni mezzo a disposizione di portare a termine la nostra missione: fornire quotidianamente notizie, raccontare storie, aiutare chi in questo momento è disorientato da un mondo che collassa su sé stesso.
Parliamo della cronaca: riuscite a farla con regolarità? Anche qui, ci sono stati cambi rispetto alla via più “tradizionale”?
Come ti dicevo, la nostra formazione, che si basa su un giornalismo “in prima linea” dai ritmi serratissimi, ci ha permesso di far fronte alle difficoltà logistiche, che per forza di cosa dobbiamo affrontare in questi giorni. Ci vengono notevolmente in aiuto la tecnologia – come dimostrato da questa intervista, imbastita via whatsapp -, i social, le chat, il web. Si tende ad azzerare il contatto diretto. Per i servizi in ospedali, o in zone ad alto rischio ci dotiamo invece di tutti gli strumenti protettivi che riusciamo a recuperare. Quindi mascherine, occhiali, guanti, e in caso di zone particolarmente “esposte al contagio”, anche tute protettive e calzari.
Quale, secondo te, il ruolo che ricopre l’informazione in una cristi come questa? Fra responsabilità, filtro (penso alle fake news) e “traduttore” (penso ai comunicati governativi o istituzionali in genere)
E’ un contagio drammatico, una tragedia epocale, che paga anche il prezzo di una informazione spesso contradditoria, generatrice di confusione, smarrimento, e gravissimi danni. Non parlo solo dei social – e quindi di notizie spesso provenienti da fonti non ufficiali e non verificate -. Il virus ci ha attaccato nel fisico e così come nella trasmissione di informazioni. Abbiamo raccolto da esperti e professionisti del settore medico notizie che spesso si sono rivelate fortemente controproducenti. Il “non utilizzate le mascherine se non siete affetti da Covid”, che oggi diventa “le mascherine oggi sono l’unico mezzo concreto, insieme all’isolamento, per arginare l’epidemia”, è la prova lampante di un sistema andato in cortocircuito. Ed è solo uno degli esempi di come notizie provenienti da persone qualificate, ma travolte da un virus che ha sorpreso quasi tutti, abbiano veicolato spesso messaggi non corretti. Le fake news da anni insidiano il nostro lavoro, ma il fact checking è il primo dogma del giornalista. Un consiglio che si può estendere a tutti, ai lettori del Punto e ai cittadini del mondo: è necessario risalire alla fonte della notizia, attribuirle una paternità certa. Cerchiamo notizie provenienti da fonti ufficiali.
Strade deserte, silenzi assordanti. Camminare per le vie dei nostri paesi – con tesserino da giornalista e autocertificazione sempre in tasca – in questi giorni dà i brividi. Sono sensazioni condivise da tutti noi corrispondenti. Sensazioni che abbiamo il compito e il dovere di raccontare. E’ un periodo tristemente fertile di notizie. Ma nella tragedia, nel buio più cupo la luce si può fare celestiale. E così voglio pensare all’incredibile lavoro di medici e infermieri, voglio pensare ai primi guariti e alla loro gioia nel ritrovare i propri cari, voglio pensare ad una umanità che nella tragedia sta ritrovando la capacità di essere… umana…


