Dom Benedetto Toglia, nonostante la giovane età (è nato nel 1976), è Priore dell’Abbazia Olivetana San Nicola di Rodengo Saiano. Lo raggiungiamo telefonicamente, per sincerarci delle sue condizioni di salute, dopo il malore che l’ha colpito lo scorso 10 luglio, e ne approfittiamo, data l’immane generosità e disponibilità, per capire qualcosa in più circa la sua vocazione e la strada che, da Napoli, l’ha condotto in Franciacorta.
Dom Benedetto, può raccontarci da dove nasca la Sua vocazione e quanto la famiglia d’origine l’abbia influenzata in tal senso?
Sono l’ultimo di undici figli di una famiglia modesta che, però, ha sempre visto la fede come un dono. Ho perso mio padre quando avevo nove anni; lui era pompiere e, proprio durante un intervento di soccorso per portare in salvo una famiglia, ha dato la sua vita. È stato il primo segno, nella mia esistenza, che mi ha fatto capire quanto fosse importante donarsi agli altri, anche se una consapevolezza di questo tipo l’ho raggiunta solo negli anni seguenti, perché da piccolo ero fortemente arrabbiato con Dio per avermi “sottratto” il mio papà, ma mamma, una donna con una grandissima fede, mi fece capire che non stava a noi ribellarci al disegno di Dio. Negli anni, avrei voluto studiare, ma capisce bene che una donna sola con undici figli da sfamare non poteva concederci molto.
Lei non è bresciano, giusto? Che ricordi ha della sua terra?
Sono campano; infatti, sono nato a Napoli e, per la precisione, nel quartiere Ponticelli, un luogo, ancora oggi, piuttosto difficile. Qui la camorra la fa da padrona e pochi miei coscritti della zona sono sopravvissuti ad essa. Fortunatamente, mamma ha sempre preservato me e i miei fratelli, proteggendoci ed insegnandoci come fosse preferibile andare a letto digiuni ma, almeno, con la coscienza pulita. Sicuramente, non sono stati anni facili.
Eppure, negli anni, la passione per gli studi l’ha portata avanti…
Svolgendo i lavori più umili e studiando, sono riuscito a conseguire la laurea in Lettere; il secondo posto in un concorso mi ha portato fino a Ferrara, per insegnare Italiano ai detenuti del carcere. Questa esperienza, durata ben otto anni, mi ha davvero messo a contatto con Dio. Posso dire con certezza come in un luogo senza Dio, io l’abbia incontrato. Sono entrato in contatto con rifugiati politici, ma anche con veri e propri criminali e assassini, alcuni noti per aver commesso delitti efferati dei quali si è parlato a lungo tramite le tv e gli organi mediatici. L’esperienza da insegnante mi ha altresì consentito di capire come ogni docente non debba mai dimenticarsi il significato del verbo latino EDUCERE: è essenziale essere, prima di tutto educatori, non considerando i nostri studenti come vuoti vasi da riempire, ma come persone dalle quali estrapolare un qualcosa.
Ha altri ricordi degli anni trascorsi a Ferrara?
Ho un bellissimo ricordo del monastero Olivetano nei pressi del carcere. Ogni mattina mi recavo alla Messa e ho potuto, in tal modo, conoscere il Superiore, grazie al quale ho iniziato il mio percorso spirituale. Fino a quel momento ero insoddisfatto della mia vita e rientrare alle cinque di mattina non serviva a darmi la felicità che cercavo. Oggi, invece, mi alzo alle cinque, ma mi sento pienamente libero!
[L’intervista continua sul numero di Agosto]
Angela Ducoli


