Autocritica significa saper riconoscere e voler correggere i propri errori. E’ imprescindibile per l’evoluzione personale, ma oggi è concepita in modo altamente distorto.
Negli anni ’70, ai tempi della cultura libertaria e democratica, l’autocritica era un pilastro del comportamento etico. L’ammettere un proprio errore di fronte agli altri riscuoteva ammirazione in quanto gesto nobile e profondamente umano.
Dagli anni ’90 in poi, da quando la mentalità aziendalistica si è estesa anche al pensiero comune, lo scenario è cambiato. Lo stile di vita si è fatto più frenetico, generatore di stress e l’individuo è diventato imprenditore di sé stesso. Di conseguenza, l’altro non è più un compagno di strada, un amico con cui confrontarsi, ma un concorrente – come nei telequiz o nei talk show –, qualcuno con cui contendersi il territorio. Laddove ci sono interessi personali da difendere, le relazioni diventano talvolta un campo di battaglia in cui emerge chi è sicuro di sé e alza la voce (vedi i nostri politicanti). Ciò che ieri era confronto, oggi è scontro, secondo la logica del dominare o soccombere, dove espressioni come strategiae punti di forza sono diventate il mantra quotidiano.
In questo clima di perenne attacco/difesa fondato sulla sfida e sul calcolo, ammettere uno sbaglio viene considerato un’umiliazione, un suicidio: equivarrebbe a offrire armi al nemico. Non a caso la manipolazione è diventata uno dei grandi fantasmi contemporanei che aleggia sul castello della diffidenza e del sospetto. Il risultato? Ognuno pensa al proprio tornaconto, nessuno chiede mai scusa, anche laddove bisognerebbe fare ammenda, cercare di risolvere il problema creatosi. Tutt’al più viene abbozzato un freddo “mi spiace”, che suona come un “Prendo atto del tuo disagio, ma io non c’entro: è un problema tuo”.
Ma chiediamoci, dal punto di vista psicologico, che cosa spinge molte persone a tenersi lontane dall’autocritica.
C’è chi nasconde le proprie insicurezze con un ego ipertrofico del tutto auto-centrato ritenuto infallibile. Qualcun altro riconosce i propri sbagli ma non li vuole ammettere, per non farsi schiacciare. Altri ancora non ammettono i propri errori nemmeno con sé stessi, prigionieri di quel perfezionismo che li porta a vivere una vita contratta, schiava del giudizio sociale.
All’opposto, esistono poi persone che fanno sin troppa autocritica. Chiedono sempre scusa per tutto, offrono un profilo basso e si sentono sbagliate per definizione. In loro si crea una situazione tossica: vengono attivati i circuiti cerebrali della minaccia e dello stress cronico, meccanismi che hanno la possibilità di sfociare, nei casi più gravi, persino nella depressione.
In realtà tutti possiamo sbagliare, ricordandoci che il nostro errore si riferisce al singolo episodio, non al nostro sé nella sua interezza.
Ammettere un errore non è confessare un’infamia, e fare un po’ di autocritica è sempre più indispensabile. Non è facile. Bisogna immaginare di osservarsi da fuori e soffermarsi sulle nostre criticità che ricadono sugli altri, senza mai dimenticare i nostri pregi.
Nessuno è perfetto. Riconoscere i propri errori non significa disprezzarsi, ma crescere. Ci si corregge non perché si è sbagliati, ma perché si è scelto di migliorare.


