La nuova pedagogia si colloca all’interno della più ampia rivoluzione libertaria degli anni ’70 che introduce la cultura della contestazione, dei diritti, del sindacalismo e del femminismo.
Una sorta di neo-umanesimo si diffonde in quegli anni in Europa. Ai vecchi modelli, che predicavano una pedagogia adulto-centrica, si contrappone la centralità dell’educando. Se la vecchia pedagogia era trasmissiva, la nuova predica l’interattività; al metodo premi/punizioni si sostituisce la dimensione del dialogo; il no al nozionismo incentiva la creatività e la rielaborazione personale.
La vecchia pedagogia da un lato promuoveva l’assunzione della regola, della tenacia e dello spirito di sacrificio, ma per contro, inculcando obbedienza cieca e paura dell’autorità, commetteva abusi, comminava pene corporali e umiliazioni, così da intimidire ulteriormente i timidi.
Con l’avvento della nuova pedagogia il rapporto fra educatore ed educando diventa più paritario; gli orizzonti si aprono, l’atmosfera si fa più distesa. Libertà è la nuova parola-chiave che viene declinata in vari modi, non solo nella pedagogia. L’educando non è più un soldatino da addestrare oppure un vaso da riempire, ma una personalità unica e irripetibile da rispettare profondamente. L’adulto si fa da parte, diventa un socratico “facilitatore“ del processo di apprendimento. Nasce la figura della mamma-amica in stile americano, moderna confidente dei segreti delle sue figlie, ruolo che fa sentire più giovani le signore di mezza età. Questa nuova familiarità con il genitore (quasi sempre la madre), unita al prolungarsi degli studi e alle difficoltà economiche, sposta in avanti la fase di separazione/individuazione e induce spesso i figli a permanere in famiglia più del necessario.
Esiste un altro inconveniente in questa tendenza: la perdita di autorevolezza dell’educatore.
L’ammirazione e il rispetto per l’adulto costituiscono elementi imprescindibili. Lo sviluppo della personalità, infatti, è reso possibile principalmente dall’identificazione con il modello paterno e quello materno (la famiglia, si sa, è la prima fra tutte le agenzie educative).
Aspetti positivi, dunque, nell’autoritarismo così come nel permissivismo, ma non si può non constatare che il cambiamento, come avviene dopo ogni rivoluzione, è stato troppo rapido e radicale. Forte il calo del livello medio di istruzione e le difficoltà nella gestione disciplinare.
E’ necessario che l’adulto assuma di fronte al ragazzo un ruolo autorevole e dialogante insieme (cosa non facile), un atteggiamento che non sia autoritario e nemmeno permissivo. Non più padre/padrone o maestro severo, ma nemmeno dispensatore di soffocanti maternage o consolatore che capisce/consente tutto.
L’adulto deve proporre stimoli, favorire inclinazioni, trovare argomenti di condivisione col ragazzo. Deve porsi con quell’autorevolezza che esige rispetto, che mantiene la disparità dei ruoli pur permettendogli di esprimere il proprio pensiero; che lo spinge alla tenacia, al metodo, all’interiorizzazione della regola, collocandosi a metà fra passato e presente, fra tradizione e innovazione.
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