Franciacorta sotto la lente: i dazi Usa complicano il sogno americano

Franciacorta sotto la lente: i dazi Usa complicano il sogno americano

Elena Muti – Il mondo del vino italiano si trova a fare i conti con una nuova sfida: i dazi americani al 15% su vino, alcolici e birre. Una misura che pesa come un macigno sul Made in Italy, con Coldiretti che stima un impatto da un miliardo di euro per il comparto agroalimentare. E anche il Franciacorta, simbolo del territorio bresciano, è chiamato a fare le proprie valutazioni.

La denominazione regina delle bollicine italiane parte da una certezza: il cuore del suo mercato resta in Italia, dove viene consumato l’88% delle bottiglie prodotte. All’estero viaggia solo il 12% e negli Stati Uniti arriva appena il 12,6% di questa quota. Numeri che, almeno nell’immediato, ridimensionano la portata del danno. Ma il discorso non si ferma alle percentuali: l’America non è solo un Paese di sbocco, è il mercato del vino più importante al mondo e un palcoscenico decisivo per costruire prestigio e immagine.

Negli ultimi anni le cantine franciacortine hanno lavorato molto per farsi conoscere oltreoceano, investendo in comunicazione, degustazioni, partnership e fiere internazionali. Una corsa lunga e paziente per posizionarsi accanto a Champagne e Cava, con l’ambizione di diventare una scelta naturale anche per il consumatore americano. L’arrivo dei dazi rischia ora di rallentare questo percorso, complicando le strategie di crescita e rendendo meno competitivo il prezzo finale.

Il sistema vitivinicolo bresciano complessivo vale 435 milioni di euro, con 6518 ettari di vigneti e oltre 55 milioni di bottiglie all’anno tra Franciacorta, Lugana, Valtènesi, Capriano, Botticino e Valle Camonica. Gli Stati Uniti, pur non essendo la prima destinazione, restano comunque un traguardo prezioso per chi guarda lontano. Non a caso i consorzi temono che ogni giorno in più con le tariffe attive apra spazi ad altri Paesi produttori, pronti a occupare fette di mercato che storicamente appartengono al vino italiano.

Secondo Coldiretti, l’accordo-quadro firmato a fine luglio in Scozia tra Ue e Usa ha lasciato l’Europa in una posizione di svantaggio, mancando l’occasione di escludere almeno il vino dal pacchetto dei balzelli. Confagricoltura parla di una trattativa rigida, senza aperture concrete né tempi certi per una revisione. Nel frattempo si chiede un sostegno economico per le filiere più colpite, in particolare per i vini rossi, già in difficoltà.

Il Franciacorta, pur meno esposto rispetto ad altri territori, si trova così a un bivio. Da un lato il rischio di rallentare la spinta verso l’internazionalizzazione, dall’altro la possibilità di usare la crisi come stimolo per diversificare ulteriormente i mercati, rafforzando la presenza in Europa e in Asia. Una sfida che il mondo franciacortino, abituato a puntare tutto su qualità, innovazione e comunicazione, sembra pronto ad affrontare. In un panorama globale sempre più competitivo, l’obiettivo resta chiaro: continuare a far brillare le bollicine bresciane, anche a fronte di ostacoli inattesi come i dazi americani.