30 anni dalla morte del gussaghese Sergio Lana

30 anni dalla morte del gussaghese Sergio Lana

Giulia Squassina – Sono passati trent’anni dalla morte del gussaghese Sergio Lana, che si era recato in Bosnia per portare aiuti umanitari in una zona dilaniata dalla guerra. Il 29 maggio del 1993, il convoglio di aiuti della Caritas bresciana stava percorrendo la strada che dalla costa dalmata porta a Zavidovic, ma venne fermato da miliziani armati dell’esercito bosniaco irregolare, che massacrarono il 20enne assieme ad altri 4 uomini, di cui solo 2 riuscirono a scappare. 

Tra le reliquie, avvolte in un fazzoletto bianco, il suo vecchio orologio, il portafoglio vuoto e la corona di legno, con la quale era abituato a recitare il rosario. È questo ciò che rimane del giovane, oltre al ricordo dei cari, tra parole e gesti.

La madre, Franca Ferrari, aveva scritto una lettera ai colpevoli dicendo che li perdonava, nonostante il figlio fosse un semplice ragazzo buono e volenteroso, che desiderava solo aiutare il popolo in difficoltà. Per la donna, a primo impatto, la perdita del figlio era stata un colpo estremamente doloroso, dalla quale pensava non sarebbe stata in grado di guarire. Invece, le sue parole agli assassini hanno rivelato i suoi sentimenti: “Vi ho scritto per dirvi che non provo rancore né odio verso chi li ha uccisi, ma che io li perdono.”

Anche il padre, Augusto Lana, ha dichiarato al quotidiano Bresciaoggi: «Vi ho scritto per dirvi che non provo rancore né odio verso chi li ha uccisi, ma che io li perdono». «È un dono ricevuto dal Signore, non un merito nostro, quello che ci ha consentito di andare avanti tutto questo tempo e di accettare la sua volontà. Anche noi abbiamo abbracciato la nostra croce e abbiamo trovato consolazione: se viviamo con serenità è solo un regalo del cielo».

Erano stati proprio i genitori ad insegnare al figlio la carità e la benevolenza, valori che avevano spinto Sergio a partire per il suo quinto viaggio, ma stavolta senza i genitori, senza sapere che la raffica di kalashnikov avrebbe spento tutta la luce in lui. “Pace e Bene” sono state le parole pronunciate in tribunale con le quali si sono rivolti a Paraga. Il processo, che si era tenuto a Brescia, secondo la madre “ha squarciato lati oscuri che non immaginavo”. Continuerò a cercare la verità, il solo prezzo per il sangue di mio figlio».

Assieme a lui ricordiamo anche Guido Puletti e Fabio Moreni, che, come il giovane gussaghese, non sono riusciti a sfuggire alla morte.