Matilde Spina – Il gruppo alpini di Passirano ha dedicato una serata all’eroe del primo conflitto mondiale Enea Guarneri. Sono trascorsi cento anni dal rientro in patria della sua salma, inizialmente tumulata nel cimitero di Hartkirchen in Austria. Grazie al racconto dello storico Davide Forlani, i presenti hanno potuto ripercorrere il racconto di un valoroso concittadino che ha speso la sua vita per il nostro paese.
Enea nacque a Passirano, provincia di Brescia, il 24 ottobre 1894, figlio di Giovanni Battista, di professione notaio, e della signora Camilla Ferrari. Conseguita la licenza liceale si iscrisse alla Scuola Superiore di Agricoltura di Milano, trasferendosi poi come studente la facoltà di agraria presso l’università di Pisa.
Il 30 aprile 1914 fu chiamato a prestare servizio militare nel Regio Esercito presso il 36º Reggimento fanteria. Frequentò il corso per allievi ufficiali di complemento a Modena e nel dicembre dello stesso anno fu nominato sottotenente. Rimase leggermente ferito in combattimento il 9 luglio 1915. Promosso tenente nel marzo 1916.
Dove nel mese di settembre 1916 ricevette un Encomio Solenne. Assunse il comando della 215ª Compagnia del battaglione alpini “Val Stura”, e con la promozione a capitano nel mese di luglio passò al comando della 214ª Compagnia.
Il 27 ottobre si distinse nella strenua difesa di Monte Cavallo, dove fu ferito a cadde prigioniero di guerra degli austro-tedeschi. Inviato dapprima nel campo di concentramento di Sigmundsherberg, fu poi trasferito a quello di Aschach an der Donau, sul Danubio, il 25 giugno 1918 mise in atto un tentativo di fuga che, nonostante gli sforzi per salvarlo messi in atto dalle autorità militari austro-ungariche allertate dai suoi compagni di prigionia, gli costò la vita. Con Regio Decreto del 24 maggio 1924 fu insignito della medaglia d’oro al valor militare alla memoria. Questa la motivazione:
Giovane ufficiale di rare virtù militari e del più puro patriottismo, animatore dei suoi dipendenti, che seppe predisporre ad ardite imprese, sempre primo ove era un pericolo d’affrontare ed ultimo a lasciare il campo di battaglia; condusse sempre brillantemente il suo reparto, sia in assalti cruenti, sia in difese disperate.
In diverse azioni ferito ed alcune volte gravemente, non abbandonò mai il posto di combattimento; ma sereno e calmo; attivo e pieno di slancio persistette sempre nella lotta, sia che vi arridesse la vittoria, sia che la fortuna non corrispondesse al valore del suo reparto. In combattimento di retroguardia, dopo tre assalti, ferito e circondato dal nemico per aver protetto fino all’estremo possibile la ritirata del Battaglione, prima di cadere prigioniero fece presentare le armi dei pochi superstiti ai numerosi compagni d’arma, che nel suo esempio avevano trovato la forza di morire sul posto del dovere e del sacrificio.
In prigionia, conservando alto lo spirito e col pensiero rivolto alla patria, anelante di affrontare nuovi cimenti, organizzò un ardito tentativo di fuga, durante il quale sprofondatasi la galleria, lungo la quale doveva avvenire l’evasione, e rimastovi quasi completamente sepolto, non volle essere soccorso per non dare l’allarme e compromettere così la progettata fuga dei compagni.
Fra gravi sofferenze, sopportate con vero stoicismo, moriva eroicamente suggellando la sua vita, tutta spesa per la Patria, con un atto fulgido di valore per cui il nemico, ammirandolo, ebbe ad onorarlo degnamente e la sua forte Brescia lo ha elevato a simbolo di sua gente.


