Abrami Emanuele – Sono ormai trascorsi più di due anni da quando, nella nostra casa in provincia di Brescia, io e la mia famiglia collegammo la nostra baita ad una fonte naturale tramite una serie di sottili tubi. Spesso, troppo spesso siamo abituati a dare questa risorsa per scontata, soprattutto in pianura. Abbiamo sete? Dobbiamo lavarci le mani? Basta andare in cucina (o in lavanderia, in bagno…) e girare una piccola manovella. In meno di mezzo secondo, sgorgherà, zampillando fuori ubbidente, la moderata quantità di acqua che ci aspettiamo. Fu però, come scrivevo un paio di righe fa, collegando la fonte alla nostra baita, che cominciai a pormi (via via più insistentemente col passare del tempo) una semplicissima domanda. Da dove arriva la nostra acqua? E, ancora più importante, ci tradirà mai, quel rubinetto? O continuerà a soddisfare le nostre necessità per sempre, qualsiasi cosa accada?
Sembra stupido: sono nozioni basilari, roba che si mastica già alle elementari. Ciclo dell’acqua: nevica sulle montagne, si forma e consolida il ghiacciaio, il ghiaccio si scioglie, il liquido cristallino scorre lungo le vallate andando ad alimentare le turbine di qualche grossa centrale idroelettrica o confluendo in grossi torrenti che poi si sviluppano in fiumi. Da lì, la maestra insegna, si passa alle pianure: alcune porzioni di acqua sono prelevate dai letti dei rivi per irrigare i campi, altri per lavarsi, bere o cucinare.
Rifulsero nella mente ricordi lontani, di un’infanzia indimenticata fatta di estati (Agosto, era sempre Agosto) trascorse a Lanzada, un paesino di montagna che sorge in Val Malenco, vicino alla città di Sondrio. Chi conosce il posto già sorriderà: è letteralmente la trasposizione 3D del famoso disegno del ciclo dell’acqua che ci spiegavano alle elementari. Ci sono imponenti ghiacciai (come quello del Ventina, il Fellaria… ), il frutto della cui fusione viene raccolto in grossi bacini artificiali: le dighe dell’Alpe Gera (una delle più imponenti in Europa) e di Campo Moro. Da qui, attraverso una studiata regolazione dei flussi, l’acqua scorre verso le pianure passando per la centrale idroelettrica dell’Enel locata proprio nel centro del paese di Lanzada. Storicamente tutte le maggiori civiltà si sono stabilite lungo corsi d’acqua, e per le comunità di montagna, come quella della Valmalenco (Sondrio), rappresenta ancora oggi un autentico motore di sviluppo umano ed economico: dal Medioevo la ricca rete idrica della valle aziona infatti il tornio per lavorare la pietra ollare che l’ha resa famosa.
L’acqua che stavo usando per cucinare a Brescia, quindi, veniva da lì: da monumentali ghiacciai alpini che anno dopo anno, estate dopo estate, da bambino avevo visto ritirarsi sempre più. Un brivido (purtroppo, non di freddo) mi scosse la spina dorsale. Rigirai subito la manopola, presi il telefono e cominciai a chiamare.
Si potrebbe dire che quello che venne fatto poi, il reportage, fu fatto nel nome di un’accozzaglia di ricordi alla quale un ragazzo di ventidue anni non sapeva rinunciare: una romantica missione di salvataggio lanciata per preservare quei “luoghi-rifugio”, dove custodivo (e certamente, ancora custodisco) preziosamente tante piccole scorte di spensierata felicità. Questa, però, è solo una piccola frazione della verità.
Thawing Glaciers mi portò ben oltre ogni orizzonte che fino a quel momento aveva limitato il campo della mia esperienza, oltre che di giovane uomo, di giornalista “amatore”. Fortunatamente, ero già coordinatore nazionale dell’associazione ambientalista giovanile Think Ocean Italy. Da lì raccolsi le risorse (umane, a quelle materiali provvedemmo ciascuno con lavoretti e sacrifici personali) per organizzare e realizzare la mia idea. Se penso al numero di individui coinvolti, per tutta la durata del progetto o soltanto per alcuni momenti dello stesso, mi tremano ancora i polsi. Ognuno di noi aveva il suo compito: le riprese durarono complessivamente circa una settimana (tutte in loco, salendo e scendendo da Brescia più di una volta), mentre per il montaggio ci volle un po’di più. Fu una grande avventura, il cui prodotto di può ancora godere, gratuitamente, su YouTube digitando Thawing Glacier nella barra di ricerca o inserendovi questo link: https://www.youtube.com/watch?v=F-lwGBXq42Q
Quello che però, io penso, potrebbe essere di maggiore interesse è ciò che abbiamo imparato da questa esperienza.
Come dato di fatto, allarma che il tasso di perdita di massa glaciale sulle Alpi sia raddoppiato solo negli ultimi 35 anni. Si stima che i ghiacciai alpini perdano ogni anno 40-45 km2 di superficie e 2 km3 di volume, modificando sensibilmente il paesaggio. La causa di tutto ciò, più che in una riduzione delle nevicate ad alta quota, è da ricercarsi nel drastico aumento delle temperature medie estive. Al cambiamento climatico, quindi, del quale tutti noi, in particolare “in pianura” siamo responsabili. L’inquinamento atmosferico è responsabile, invece, dei sedimenti scuri che si depositano sulla gelida superficie, che attirano maggiormente le radiazioni solari e accelerano, così il processo di fusione. C’è da dire che la percezione delle comunità montane è particolarmente vivida rispetto allo scioglimento, mentre ancora si fatica a concepirne le conseguenze: un prossimo esaurimento dei corsi d’acqua.
Per dirla in parole povere, non solo lo scioglimento dei ghiacciai avrebbe, nelle parole di malghesi e rifugisti intervistati, cambiato per sempre la morfologia della valle, causando grandi perdite tanto per quanto concerne il turismo invernale quanto quello estivo; ma anche, secondo gli scienziati (come quelli del Servizio Glaciologico Lombardi), ad essere in pericolo è l’energia, l’irrigazione, la possibilità di dissetarsi: l’esistenza stessa della razza umana. E il problema colpirà prima le grandi pianure che le fresche montagne. Nelle parole dello scienziato Riccardo Scotti, che ci ha concesso una generosa intervista in esclusiva (che potete ritrovare per intero nel video reportage):
“IL CAMBIAMENTO CLIMATICO E’ IL PROBLEMA PIU’ IMPORTANTE CHE L’UMANITA’ DEVE AFFRONTARE. IMMEDIATAMENTE, SUBITO. TUTTO QUESTO è DIRETTA CONSEGUENZA DELLE ATTIVITA’ ANTROPICHE, QUINDI DELLE EMISSIONI DI GAS CLIMA ALTERANTI NELL’ATMOSFERA.
E’ vitale “CONDIVIDERE, DIVULGARE, FAR PRENDERE COSCIENZA IL Più POSSIBILE PERCHE’ SOLO CON LA SENSIBILIZZAZIONE SU QUESTE TEMATICHE SI PUO’ PENSARE DI AGIRE IN TERMINI DI RISPARMIO ENRGETICO, DI RISPARMIO IN TERMINI DI EMISSIONI […] L’UNICA VIA PER CONTRASTARE IL FENOMENO, QUALCOSA DI ESTREMAMENTE URGENTE: IL TEMPO E’ LIMITATO PER RIUSCIRE A RIMANERE ENTRO I FAMOSI 2°C SOPRA LE TEMPERATURE PRE-INDUSTRIALI , CHE CI CONSENTIREBBE DI ARGINARE IL CAMBIAMENTO CLIMATICO DA QUI ALLA FINE DEL SECOLO, AGENDO DI CONCERTO. QUESTI DUE GRADI CI CONSENTIREBBERO DI MANTENRE QUALCHE GHIACCIAIO IN PIù IN VALMALENCO E SULLE ALPI. DOVESSIMO FALLIRE, I GHIACCIAI, IN VALMALENCO, COSI’ COME SULLE ALPI E ALTROVE, SONO DESTINATI A SCOMPARIRE … E NOI CON LORO”
Siamo ancora in tempo per agire, per cambiare, per salvare e per salvarci: il primo passo (e questo l’obiettivo che si spera di raggiungere con la diffusione di questo video-reportage) è prendere consapevolezza della situazione così come è, senza drammi e senza indoramenti. Perché si possano salvare non i ricordi di un’infanzia passata, ma preservare quei luoghi capaci, come ogni altro luogo esistente su questa verde terra, di generarne di nuovi per i bambini che presto li abiteranno.








