Nuovo romanzo per il giornalista del “Corriere della Sera” Massimo Tedeschi
Il volume uscirà domani in tutte le librerie con la casa editrice di Elisabetta Sgarbi. Ecco la recensione del nostro direttore Matteo Salvatti
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La prova, in un romanzo giallo, è tutto. Qual è la quella di questo libro? E’ l’autore stesso. Massimo Tedeschi, infatti, è la prova che in letteratura le regole valgono se non solo per i mediocri, perlomeno per i mezzani della scrittura, non per i fuoriclasse.
Questo volume, infatti, verrebbe bloccato alla dogana del maestrino.
Basterebbe infatti la presenza della maga a bacchettare e a ricordare la violazione dei comandamenti di S. S. Van Dine circa le istruzioni per la scrittura di un libro giallo.
Ma, lo sappiamo, le istruzioni per l’uso sono ricettari per cucinieri improvvisati, massaie impacciate che temono il “q.b.”, non per executive chef.
La stessa somma algebrica degli aggettivi farebbe sospettare l’algoritmo della perfetta prosa odierna, così come il narratore, che, d’accordo, lo sappiamo, è sempre onnisciente anche quando ci inganna facendoci credere il contrario, potrebbe apparire perfino impiccione e pregiudiziale, nel suo commentare anche la più corpuscolare delle azioni.
Il Commissario, poi, presentato subito nei suoi sibariti cedimenti carnali non obbedisce ai canoni dell’uomo concentrato solo sul caso e che, nemmeno per caso, può concedersi un cedimento emotivo: da qui l’atarassia di Poirot, la frigidità di Derrick, la fedeltà di Colombo ma, se vogliamo, anche la leggera superficialità di Montalbano. Sartori da Salò (nome da allitterazione che esprime un’epoca dove la discendenza procedeva per geografia) non è sopra le righe, in fondo non mette neppure in riga. E’ più un uomo di rughe. Di malesseri che si fanno risorse.
Gli utensili linguistici ci sono tutti e sono a km 0, data anche la provenienza dell’autore. Il lago di Garda, le morti, la competizione automobilistica per eccellenza. Le storie. La storia. La storia soprattutto.
Da ferrato giornalista ha rischiato, Massimo Tedeschi. Il suo, da tutti i punti di vista, è stato un atto coraggioso. Ha saputo maneggiare un momento storico – rispetto al quale siamo clienti e fornitori nel medesimo tempo con la fattura aperta – con eleganza e competenza storiografica (senza le talvolta eccessive puntigliosità di una Giada Trebeschi, per altri versi invece si avvertono legami e paralleli con l’autrice de “L’autista di Dio”).
senza pulsioni risarcitorie o nostalgiche, non solo nelle macroaree, ma anche nella ferialità delle fisime che ogni tempo porta con sé. L’ossessione numerologica, ad esempio, è proprio tipica della prima metà del ‘900, si pensi allo stesso Freud e alla sua fissazione per il numero 62.
E’ riuscito a gestire livelli lontani tra di loro senza confonderli ma anche senza tranciarli ex abrupto.Gli stessi tempi sono gestiti con il giusto garbo, cosa ardua, perché tutto, a partire dalle morti sospette alla vigilia delle Mille Miglia, incalzerebbero per cavalcare quel vorticismo che è figlio proprio di quel tempo e che potrebbe scombinare il ritmo del libro, che invece resta ancorato a un periodare morbido e non aggressivo. Azzeccati anche gli ingressi imprevedibili.
Forse la sua riuscita più grande è stata quella di analizzare analiticamente i dettagli mostrandoli al microscopio del lettore, lasciando che le conclusioni importanti, le uniche che contano, le verità, i significati profondi venissero percepiti, avvertiti, introiettati tramite vaporizzatore invisibile.
Questo di Tedeschi è dunque un giallo pieno, un giallissimo per i giallisti, ma sa truccarsi con onestà e senza trucchi di molte, moltissime, sfumature, cinquantacinque sfumature di giallo.
[Matteo Salvatti]


