Non sono tanto i morti i protagonisti della giornata del 2 novembre, a ben pensarci. Ma i vivi. Loro, sia che sprofondino nel nulla, come credono gli atei (sebbene la parola credo in bocca a un ateo è un poco un ossimoro), sia che siano reincarnati in una lucertola o in una aquila, sia che si trovino con tante vergini a soddisfare i loro appetiti repressi in via oppure in purgatorio o nel paradiso cristiano, fatto sta che di loro, ordinariamente, non si sente traccia.
E anche quel vincolo cristiano definito “La Comunione dei santi in Cristo” che vuole i morti santi (ossia quelli in paradiso, ma anche quelli in purgatorio) poter intercedere per i vivi e viceversa, non sembra che vi siano segni tangibili di cambiamenti nelle esistenze proprio il 2 di novembre.
Certo, c’è l’eccezione della famosa “livella” di Totò, la cui storiella narra del Principe De Curtis ritrovatosi solo in un cimitero e imbattutosi nei corpi di due defunti. Questi, però, ancora una volta, dimostrano come siano in realtà i vivi i destinatari della ricorrenza e non i “trapassati”.
La loro frase terminale: “Sopportami (dice il poveraccio al nobile marchese di Belluno in riferimento alla limitrofa sepoltura), che t’importa. Queste pagliacciate le fanno solo i vivi. Noi siamo seri, apparteniamo alla morte”.
E infatti le scritte che troneggiano all’ingresso dei vari Campisanti sono sempre legate a come vivere, mai a come si vive nell’aldilà e nemmeno a come morire. “Qui finisce la giustizia degli uomini, qui comincia la giustizia di Dio”, che non è una minaccia, ma un auspicio affinché gli uomini si adeguino quanto prima a quella legge.
I cimiteri sono pieni di persone che si ritenevano indispensabili, si ripete spesso e certo non è un incoraggiamento ad ammazzare gente inutile, quanto a relativizzare la vita. Se “Sic transit gloria mundi” è una della prime frasi che fanno tradurre al liceo, non è solo perché di facile comprensione, ma perché il rischio è sempre quello di ignorare quanto si fugge tuttavia.
Una solennità della vita perché il fine è quello non di accettare la morte, che non va accettata perché non si può non accettarla, ma quello di accettare la vita. La riflessione, infatti, anche quando cade sulla sua caducità e imprevedibilità, vira sempre su come gestire i giorni, non i loculi.
E le tasche che venivano cucite agli abiti dei bambini orfani sul Monte Argentario dimostravano proprio quanto il culto dei morti fosse quello del preservare l’evento per i più sfortunati, scongiurandolo con la viva generosità. Il 2 novembre, poi, se ci si pensa, è la festa dei vivi anche perché noi ricordiamo comunque persone vive. Molto difficilmente, (praticamente mai) si soffermiamo sulle tombe di qualcuno di importante, o influente, o anche solo rappresentante qualcosa nella nostra esistenza che in realtà non abbiamo conosciuto.
I parenti e amici che ricevono una visita sono tutte persone con le quali avevamo condiviso sguardi e giornate. Si ricorda la vita. Dopo cinquant’anni, loculo o tomba, si viene esumati, cremati in ogni caso e messi negli ossari e lì dimenticati per sempre. Chi va a pregare in quella stanzetta con minuscoli loculi dove si intravvede il nome del bisnonno del proprio bisnonno? Come se mai fossero esistiti.
E’ dunque una solennità per noi che una mano l’abbiamo quaggiù mentre l’abbiamo stretta a chi ci ha lasciati e non intendiamo mollarla. Il cimitero è quella sorta di girotondo dove intuiamo ancora quella stretta e dove ci sforziamo di ricordare, che non è un atto casuale, perché la memoria rovescia le carte del tempo, sospende il presente e fa rivivere sia noi che il defunto in un’altra era.
E’ come se inconsciamente sussurrassimo: “Ora ti faccio vedere un po’ come stavi bene qui con me”. Poi tocca al morto che, per dirla con Pascoli in Myricae è: “sazio di memorie” idealmente restituirci un qualche segnale di come starà bene un giorno con noi.
di Matteo Salvatti


