Mai così poveri

Mai così poveri

Cosa ti ha colpito di più della vita quotidiana in America”, chiedo con il piglio del giornalista che non riesce mai, anche con gli amici, a evitare il tono da intervista d’assalto.

Risposta: “le scuole di quartiere. Queste vengono finanziate da quelli che per noi sono oneri di urbanizzazione. Il che significa che se acquisti una abitazione lussuosa la scuola del tuo quartiere riceverà molto denaro dalle tue tasse”.

Tradotto in parole (povere, appunto): se vivi in una zona ricca la scuola di tuo figlio disporrà dei migliori docenti e migliori strutture, se sei poverissimo anche l’istruzione di tuo figlio ne risentirà.

L’America del consumismo e dell’uomo ridotto a merce, si dirà. Mica tanto. Oddio, da noi, per ora, le scuole pubbliche non ricevono denari in base al quartiere dove sono ubicate, ma i bambini poveri sono già dei poveri bambini fin dall’asilo. Sì, dove diverse attività sono opzionabili (cioè pagabili).

Se uno se le può permettere, ben venga. Altrimenti tuo figlio resterà a giocare nella stessa stanza mentre i suoi compagni più fortunati potranno divertirsi con la pallacanestro, o imparare l’inglese, o con ridere con i clown. Poi torneranno (i fortunati) e racconteranno (ai poveri) cosa hanno provato.

Cominciamo così. A tre, quattro, cinque anni. Un adulto metabolizza la differenza di stipendio e realizza quanto possa crearsi una felicità non necessariamente legata al denaro. Un bambino no. Poche storie. E’ sofferenza pura. Inutile. Ingiusta. Ma questo modello trova il suo apice poi nelle mense scolastiche alla scuola elementare/medie. Qui (al di là dei casi di negazione dell’accesso degli studenti al salone refettorio, troppo facili da commentare) si constata come qualcuno mangi sano, qualcuno mangi freddo, qualcuno mangi male, qualcuno mangi poco o niente.

Parliamoci chiaro. Non è affatto tollerabile che qualche genitore “furbacchione” non paghi la mensa dei propri figli confidando nel pietismo dei docenti, delle istituzioni, della società e che i sacrifici degli altri debbano ricadere magari su chi le disponibilità economiche le detiene.

Dunque: aiuti economici per chi non riesce a sostenere la spesa (c’è qualcosa di prioritario rispetto all’alimentazione di un bambino?) e prelievi forzosi fino alla minaccia di togliere la patria potestà a chi si rifiuta. Ma l’impegno è che non debbano esistere alimentazioni di serie A e B e C.

Non si può pretendere di creare una società equa, umana, giusta, con elementi di sussidiarietà e di pace se un bambino, per anni, fin dall’infanzia, si troverà gomito a gomito con un suo compagno che potrà leccarsi un piatto di lasagne e lui un panino freddo, schiacciato in mezzo ai libri e preparato magari da se stesso mentre faceva colazione. E così tutti i giorni. Per interi cicli scolastici.

Questo bambino potrebbe isolarsi, certo. Diventare timido, insicuro, pensare che in qualche modo lui vale meno e la vita non lo vuole. Ma potrebbe anche ribellarsi, provare sano odio (per quanto l’odio non sia mai sano) verso gli altri, sviluppare aggressività, violenza, voglia di primeggiare e di fargliela pagare in qualche modo. Questo bambino verrà poi rimproverato, sospeso, emarginato ancor di più. Come trasformare Abele in Caino. Questo è rovinare. Questi sono stupri. Sono istigazione alla violenza.

Non siamo mai stati così poveri, perché una volta la povertà era diffusa e condivisa. Oggi ognuno è povero da solo. E’ povero a modo suo. E la ricchezza non è più isolata al siòr padrun, ma emulata (quanto costa fare finta di essere una star?) e proposta come accessibile anche laddove è irrealizzabile con conseguenti frustrazioni. Erano i primi anni del ‘900 quando nelle mense d’Italia si imponeva il modello: una pietanza calda e una fretta, tutti i giorni. Importanti le uova. Pane, latte e fagioli in quantità. Minestrone incoraggiato. Il “panino” era per la merenda.

Quando non c’era la marmellata ci si rifugiava nel pane e vino, o olio, sale e aceto. D’inverno anche con la neve. Una granita improvvisata. La propensione per quelle siciliane con la brioches arriverà nel tempo.

Sempre in quegli anni (prima dell’inizio delle due guerre mondiali, quindi!) pedagogisti e scienziati spiegavano: «Se manca il nutrimento, vien meno l’energia fisiologica e psichica; e l’occupazione scolastica diventa un tormento per l’alunno, nel quale subentrano apatia, irrequietezza, noia, con nocumento della disciplina, con perturbazione dell’andamento interiore della scuola, con manifesto danno generale dei condiscepoli, con fatica del maestro. Un alunno tormentato dalla fame sta tanto male in un’aula, quanto uno che abbia il dolore di teste, di ventre, di denti o la febbre».

E’ passato oltre un secolo. Dati di oggi: in Italia i bambini malnutriti sono un milione.